1971: Marchini
lascia,
presidente è il giovane Anzalone
Riecco il Mago!
Helenio Herrera ritorna trionfante alla guida dei giallorossi. Pare abbia
in mano la ricetta per fare lo squadrone: basta pescare nel vivaio. Non é
un gran programma e infatti la Roma non brilla proprio
Un eminente uomo politico, che aveva il gusto dell'ironia e la passione per
la Roma, diligentemente attese che l'ing. GaetanoAnzalone portasse a termine
la sua accorata esposizione. L'ingegnere aveva da poco assunto la presidenza
dell' A.S.Roma, una società che agi tava molto, e da sempre, le acque
del calcio italiano. Al punto che Aldo Bardelli, allora direttore dell 'Informatore
Sportivo di Livorno, al termine di un'accesa polemica con alcuni ambienti giallorossi,
scrisse: «Quando la Roma turbolenta e rompiscatole non era ancora nata,
il Livorno aveva già fatto la sua storia». Rompiscatole, beh, ognuno
le rompe a modo suo, e la Roma è stata sempre troppo impegnata a badare
a se stessa per occuparsi delle scatole altrui. Turbolenta sì, lo era
sempre stata, se non altro per la debordante personalità dei suoi leaders
in tutte le epoche, a cominciare naturalmente da Ferra ris IV e Bernardini,
inimitabili capostipiti. Nei tempi di cui raccontiamo, estate 1971, la turbolenza
aveva raggiunto dimensioni cicloniche. Al termine dell'omelia dell'ingegnere
Anzalone, perchè per lui la Roma era una cosa sacra, l'eminente uomo
politico con un leggero sorriso obiettò: «Scusi ingegnere, ma chi
glielo fa fare?». Un'osservazione che avrebbe frantumato la più
tenace buona volontà di questo mondo. E Anzalone, abbassando la voce,
spiegò: «Mi piace tanto...». L'uomo politico si fece serio
e rispettoso. (Non ho mai sentito una ragione più convincente di questa:
le faccio i miei complimenti e i miei auguri).
Gaetano il buono
Gaetano Anzalone
è un cortese signore pacifico e timorato di Dio. Imprenditore nel ramo
dell'edilizia, molto bene assestato finanziariamente, riservato e discreto,
nemico di qualsiasi esibizionismo, abituato a mettere in pratica le sue di idee
di solidarietà: almeno in quei tempi, la sua famiglia usava andare a
tavola, ogni domenica, con gli sfortunati ospiti di un istituto di ragazzi abbandonati.
Non erano incontri retorici, erano amicizie sincere che gli Anzalone coltivavano
con il massimo rispetto. Questo breve profilo è necessario per capire
quello che succederà tra poco. Dunque, Anzalone nel giugno 1971 aveva
sostituito Alvaro Marchini alla presidenza della Roma. Come era maturato il
clamoroso cambio? Erano stati gli ultimi e decisivi effetti dell'inestinguibile
inimicizia tra Marchini e Herrera, e della lotta che i due avevano condotto
a livello personale. Ricordiamoci il beffardo annuncio economico pubblicato
da Herrera sul Messaggero. Una lotta che aveva portato al licenziamento in tronco
di Herrera e alla guida tecnica di Luciano Tessari. Con tutto il rispetto per
quel limpido uomo che è Tessari, un professionista devoto al suo mestiere,
i tifosi romanisti non potevano esultare dalla gioia. Tanto più che la
Roma, in quella stagione 1970/71, aveva avuto bei momenti in campionato, finchè
non era stata tartassata nella sfida con la Juve. In virtù di tutto questo,
Herrera aveva dato una rinfrescata alla sua popolarità e aveva recuperato,
nei rapporti con i tifosi, quella stima e quell'affetto che erano andati declinando.
Gran parte della tifoseria romanista, quindi, non solo non gradì il licenziamento
di Herrera, ma inaugurò un ciclo di proteste che accompagnò la
Roma per tutto il resto del campionato. Allo stadio erano cori laceranti ed
erano striscioni del tipo «Marchini hai fatto più danni te di Mussolini).
In puro dialetto, pe' capisse mejo. La guerra di logoramento condotta dai tifosi
nel nome di Herrera, risultò vittoriosa, perchè a fine stagione
Marchini tra l'altro molto impegnato anche in politica e timoroso che la tumultuosa
avventura romanista potesse influire in modo negativodecise di lasciare. Anzalone,
entrato da tempo nel Consiglio Direttivo, aveva fatto notevoli esperienze alla
guida dell'Ostiense, e nella Roma aveva assunto la responsabilità del
settore giovanile, al quale aveva dato un decisivo incremento. Aveva dunque
una passione da scopritore di talenti, e questa osservazione è importante,
perchè influirà sui destini della Roma.
La fatal Lazio
I titoloni stavolta furono ancora più roboanti: «Herrera torna
alla Roma!». Commenti divertiti, scandalizzati, increduli. H.H. dunque
scendeva dall' Aventino, più pimpante che mai: non si era allenato tutti
i giorni, in giardino? Fu Anzalone a pretendere il ritorno di Herrera e infatti
la notizia fu data insieme a quella della sua presidenza: giugno 1971. Marchini
però aveva già tentato, seppur debolmente, un riavvicinamento
con il Mago.
Poi, in occasione di due partite notturne con le squadre inglesi dello Stoke
City e del Blackpool, le contestazioni nei suoi confronti erano state violente
e Marchini aveva deciso di andarsene, convinto soprattutto dal fratello Alfio.
Herrera fece il grande gesto: «Ringrazio Marchini per il buon senso dimostrato
nei miei confronti negli ultimi tempo», disse il giorno del suo trionfale
ritorno. Fu un sodalizio sincero e proficuo, quello tra Anzalone e Herrera?
Neppure per sogno. Il Mago si credeva ormai invulnerabile, Anzalone era diffidente:
lo temeva. Il giovane presidente (Anzalone aveva quarant'anni) osservava inquieto
la scena. La squadra (1971/72) andava così e così, finì
al settimoposto, qualche bagliore, molte cadute, niente di straordinario. Bet
e Santarini, insieme con Salvori, disputarono tutte le partite, 30. Del Sol
e Petrelli arrivarono a quota 27: quest'ultimo stava per passare alla Lazio,
con la quale avrebbe vinto lo scudetto. Ecco, è entrata in stena la Lazio,
la fatal Lazio. Nella stagione successiva (1972/73) Herrera e Anzalone decisero
di dare inizio al programmato rafforzamento.
Però non dovevano avere le idee molto chiare, se è vero che arrivarono
solo il difensore Giorgio Morini e l'attaccante Valerio Spadoni, come elementi
di una certa levatura tecnica. L'attenzione fu tutta rivolta ai giovani, e Anzalone
proprio in tal senso aveva spiegato il clamoroso ritorno di Herrera: «Sono
convinto che il futuro di qualsiasi società è nel settore giovanile}}.
No, non era quella la strada per andare in paradiso. La Roma continuava a vivere
la sua dorata (i soldi e i personaggi) mediocrità (i risultati). E si
arrivò al derby con la Lazio, che segnò l'inizio della fine. Era
novembre, la Lazio stava rivelando una struttura tecnica assolutamente insospettata,
viaggiava con le grandi che era un piacere vederla. Ma che si erano messi in
testa, Chinaglia e la sua banda? Neppure loro lo sapevano ancora: si divertivano.
E divertendosi vinsero il derby, con un solo gol (di Nanni) ma con molto gioco.
I romanisti la presero male, si sentivano umiliati. Cominciò a serpeggiare
molto nervosismo.
Tratto da La mia Roma del Corriere dello Sport
|